domenica 17 febbraio 2008

Il totalitarismo metodologico: il discrimine, la forma del concetto, il criterio di scelta

Lyotard, nel primo capitolo della sua opera, “La condizione postmoderna”, ragiona circa i cambiamenti cha hanno indotto il nuovo stato del sapere. Dal suo punto di vista il cambiamento si è manifestato nel corso degli anni Cinquanta attraverso una crescita dell’importanza della comunicazione e del ragionamento sul linguaggio in tutte le scienze anche se queste variazioni si sono manifestate con diversa intensità nei diversi sistemi economici e sociali, il che sostiene Lyotard, produce una certa discronia.
Dinanzi alle varie caratteristiche e diramazioni di questi percorsi, Lyotard preferisce comunque analizzare gli elementi che sono comuni.

In questo senso si sofferma sull’importanza del linguaggio:

“ Il sapere scientifico è una specie di discorso. Si può dire che da quarant’anni le scienze e le tecnologie cosiddette di punta vertano sul linguaggio […].”

Tutte le scienze, dice Lyotard, devono non solo procedere nella propria evoluzione, ma devono farlo in modo che il risultato di queste evoluzioni sia compatibile con una elaborazione informatica. Le scienze cioè devono potere comunicare tra di loro a mezzo di una forma economica, il bit , e questo porta ogni ambito della scienza, ad interrogarsi sul come rendere i risultati comunicabili. Tutto questo ha formalizzato un linguaggio metodologico, tale per cui prevede una riconnessione immediata del sapere ad altri saperi a mezzo di uno stesso linguaggio. Tuttavia il linguaggio influenza il contenuto del messaggio, sicchè si determina a mezzo dell’egemonia della logica informatica, fondata cioè sull’economia dell’informazione, una sorta di pensiero unico, che guida lo sviluppo della scienza, il quale pensiero non si definisce sotto un profilo qualitativo o ideale, ma puramente economicistico, metodologico, utile cioè allo sviluppo della scienza come risposta al bisogno dell’uomo.
Si addiviene così al postmoderno, essendo esso libertario ( cioè libero dall’alterità ), supera la concezione del valore-disvalore, e approda al metodologismo, finalizzato all’incremento delle posizioni di partenza, alla competizione.
Se il postmoderno fornisce la coscienza all’homo oeconomicus, cioè costituisce l’insieme delle scelte possibili, il totalitarismo metodologico, è quella forza che impone alla creatività e alla libertà, una determinata forma, come se esistessero delle funzioni tra gli elementi dell’insieme delle scelte possibili che dovrebbero essere sempre preferite rispetto ad altre. E questa logica è mutuata dall’economia del linguaggio, dall’informatica, ma in generale dalla scienza economica, che appunto si occupa di analizzare le scelte migliori, gli ottimi, date certe condizioni.

Dunque il totalitarismo metolodogico, cioè questa forma di comunicazione che definisce una caratteristica essenziale dell’ente , riducendo gli spazi ermeneutici, è :

• un discrimine: poiché è un limite, un elemento di selezione per indicare i confini dell’ordinamento;
• la forma del concetto: vale a dire una metodologia, ad alto valore aggiunto di conoscenza, attraverso la quale gli uomini esprimono se stessi e la scienza nel suo sviluppo, risolvendo il problema del rapporto tra forma e contenuto, nella meccanizzazione e regolamentazione del linguaggio;
• il criterio di scelta, ovvero la forza terza che domina la libertà degli uomini.

C.B

venerdì 15 febbraio 2008

Alcune domande sul rapporo tra il postmoderno e la globalizzazione

Nella sua introduzione all'opera "La condizione postmoderna" Lyotard fa riferimento alla condizione postmoderna come ad una determinante di tipo culturale che riguarda lo stato del sapere e della scienza. Egli infatti scrive:

"L'oggetto di questo studio è la condizione del sapere nelle società piiù sviluppate. Abbimo deciso di chiamarla posmtoderna." ( Lyotard , la condizone postmoderna, Milano, feltrinelli, 2007, pag. 5)


Ma perchè Lyotard fa riferimento al postmoderno come ad una condizione della cultura? Che cosa si intende per cultura? e come questa incide sull'ordinamento della globalizzazione?

Cerco di rispondere queste domande.

Secondo la definzione che ne dà l'Abbagnano, nel suo Dizionario di filosofia, la cultura può essere intesa in due modi:

"Il primo e più antico è quello per il quale significa la formazione dell'uomo, il suo migliorarsi e raffinarsi [...]. Il secondo è quello per cui esso indica il prodotto di questa formazione, e cioè l'insieme dei modi di vivere e di pensare [...] che si sogliono anhce indicare come civiltà." ( Abbagnano Nicola, Dizionario di Filosofia, Torino Utet, 1998)



Il postmoderno sarebbe dunque la caratteristica dominante ovvero la forma culturale egemonica della contemporaneità, che riguarderebbe sia la formazione che il suo prodotto esistenziale, individuale e di gruppo, la sua civiltà. Il postmoderno è la civiltà dell'uomo sorto dalla caduta degli idoli, la forza che forma antropologicamente l'homo novus, e ne sostiene la produzione sotto il punto di vista ideale ed economico.

In questo senso il postmoderno ha posto le basi della globalizzazione, ha fatto scaturire la globalizzazione, ma nello stesso tempo è la globalizzazione come prodotto della stesa civiltà postmoderna, come insieme di rapporti economici, di produzione, di scambio.

E' tuttavia pure avendo il postmoderno generato la globalizzazione, come formazione di una nuova civiltà, è difficile dire se il feedback di questa relazione sia ancora postmoderna. Oggi siamo nella fase in cui è la globalizzazione, come prodotto della condizione postmoderna, che deve esprimere la sua influenza sulla società stessa, ed in questo senso il quadro culturale potrebbe cambiare nuovamente in base alla risposta di feedback.

La cultura intesa come condizone del sapere genera gli elementi per l'affermazione di una civiltà concreta. Questa civiltà concreta produce degli atti e istituisce degli enti che modificano la cultura , intesa come condizione del sapere.

Ecco perchè per comprendere la globalizzazione è necessario comprenderne la premessa culturale, come condizione del sapere che è il postmoderno. E questo vale soprattutto per gli economisti, specie per quelli che si occupano di finanza e di commercio internazionale, oltre che di economia pubblica, che considerano nell'analisi economica e matematica, la variabile fondamentale costituita dall'esistenza di una civiltà egemonica che influenza lo stato del mercato, che cioè impone delle scelte, che in un certo senso comprime la libertà di scelta degli operatori del mercato. Una sorta di coscienza che interviene nelle scelte dell'homo oeconomicus e fa apparire più razionali talune scelte piuttosto che altre.

Si tratta di una consideraizone che può forse essere meglio compresa con riferimento ad altre epoche storiche, e ad altre condizioni politiche, economiche e culturali.

Per fare un esempio è come se si volesse analizzare il sistema economico sovietico , o il capitalismo, senza comprenderne la premessa culturale , vale a dire la condizione del sapere in quel contesto economico, che delinea un certo rapporto tra lo Stato ed il mercato, tra le imprese , le banche, gli enti pubblici e le scelte dei consumatori, dei lavoratori, dei risparmiatori. Tale variabile viene considerata , sia macroeconomicamente, come dominio esistenziale della funzione economica, che microeconomicamente, come risultante di un processo di analisi empirico e induttivo. Logicamente in modo univoco e matematicamente per il tramite di diversi percorsi, si giunge alla stessa scoperta, all'ammissione dell'esistenza di una variabile costituita dalla condizione del sapere , poichè questa incide a tutti i livelli sull'economia.

E allora con riferimento al sistema sovietico si dirà che esso è scaturito dal comunismo, dal marxismo-leninismo e dalle sue successive trasformazioni. In modo analogo per il capitalismo si dirà che esso sorge dalla premessa moderna del liberalismo, in tutte le sue diverse interpretazioni, dell'individualismo e dalla specializzaione del lavoro e dalla divisione dell'esistente.


Per lo stesso motivo sia che si voglia considerare la globalizzazione macroeconomicamente, che volendo analizzarla microeconomicamente, si addiviene alla variabile culturale, che risponde alla seguente domanda:

qual'è l'idealtipo, il concetto, l'idea guida, consapevole o implicita, che spinge i soggetti ad operare seguendo talune modalità? A scegliere di investire in un certo settore, piuttosto che in un altro, a creare un certo tipo di impresa , di marketing, di prodotto, a volere certi rapporti di lavoro o a creare certe forme di investimento o di finanziamento, a delinare un certo rapporto tra leggi economiche del mercato, norme informali e leggi giuridiche dello Stato?

Ebbene la risposta a questa domanda è nella condizione culturale, cioè nel sapere, e nel caso della globalizzazione questa condizione è il postmoderno.

La ragione per cui la globalizzazione è governata dalla governance tecnostrutturale, informale, libertaria, totalizzante, che produce annichilimento dello Stato-nazione, abbattimento delle barriere territoriali, ridefinizone degli enti giuridici economici e sociali, ricchezza e nuova disparità, è nel posmtoderno che ha consentito questa metodologia di organizzazione dell'ordinamento della globalizzazione, postmoderno che tuttavia, la globalizzazione tende a superare.





venerdì 14 settembre 2007

La produzione di incertezza

Quello che accade relativamente all’incertezza e al pragmatismo è dovuto in parte ad una necessità di dominio dell’ambiente informativo ( quel complesso di informazioni esterne che sono a fondamento del rapporto con la realtà e che contribuiscono a formare i nostri pensieri o a cambiare la base dei nostri ragionamenti agendo sulle strutture della genesi razionale ) e in parte ad una tensione competitiva che vuole imitare tale posizione di dominio e che inevitabilmente finisce per rafforzare la stessa . Sicchè il capitalismo per il tramite del suo sistema informativo agisce sui cittadini, sui consumatori utilizzando una serie di stimoli e di imput che colpiscono gli aspetti più emozionali e più viscerali dell’uomo e ciò porta lo stesso a reagire immediatamente essendo iperstimolato con un costante cambiamento della sua struttura di pensiero e di priorità essendo guidato dall’impellenza che viene posta attraverso i vari livelli della comunicazione. In questo senso è vera la legge di Say con riferimento al mercato che cioè il mercato attraverso l’offerta mediata informativamente crea la propria domanda ( almeno fino ad un certo punto) e ciò è dimostrato dal fatto che soltanto le imprese pongono le priorità dell’agire comune e condiviso.

La razionalità, intesa come insieme di scelte coerenti e logiche nel tempo, ha perso la propria funzionalità tanto che essa è divenuta sinonimo di ideologia.

Sicchè ne deriva che avere una qualche idea precisa e ragionata, decontestualizzata, relativa per esempio all’assetto della società, a quello che lo stato dovrebbe o non dovrebbe fare, al modo in cui le imprese dovrebbero produrre, cioè alzare almeno un attimo lo sguardo dalla quotidianità mediata informaticamente e dominata dall’es sociale, significa necessariamente essere idealisti. E’ chiaro che il sistema si è formato sulla quotidianità e ha puntato poco sul suo valore per il futuro. Ma pensare al futuro e ad una società caratterizzata da valori condivisi razionali e non solo emotivamente ispirati a necessità di consumo, non significa essere ideologi, ma corrispondere ad un bisogno di civiltà, di continuità, di evoluzione. Significa rimuovere l’incertezza, o parte dell’incertezza legata alla visione del futuro e in questo senso cogliere le opportunità per la creazione e non per il depauperamento delle risorse e dei sistemi sociali a livello mondiale. Invertire l’asse del sistema che lega lo sviluppo dell’umanità al mondo e lo sviluppo delle società evolute rispetto al resto delle altre società, dove cioè si intende la ricchezza della civiltà umana come depauperamento dell’ambiente naturale, e la ricchezza di un gruppo sociale come depauperamento di tutti gli altri gruppi sociali. Pensare ad una idea di società dinamica che leghi positivamente l’umanità alla natura e i gruppi sociali tra loro significa avere una idea di civiltà che non è totalitarista ( o non lo è meno della società intesa come gioco a somma zero) ma che possa consentire agli uomini di vivere al di fuori del fango primordiale delle loro passioni di ricchezza ma pensare anche allo sviluppo futuro ordinato, illuminante e positivo.

In questo senso la politica economica come creazione di regole costitutive di una realtà oggettiva e condivisa è fondamentale non solo per la convivenza, ma anche per lo sviluppo dell’oltre capitalismo, poiché senza ricchezza di visioni umane, sociali, antropologiche, filosofiche, il capitalismo rischia di impoverirsi, di ripiegare su se stesso, di non avere le risorse umane per produrre il suo ulteriore cambiamento. Non bastano infatti le risorse naturali, e il capitale, ormai quelle ci sono a livello mondiale. Oggi quello che manca sono le idee. Le idee di società, le idee di evoluzione e il confronto tra queste che sia dialettico, dialogico e democratico.